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Il diritto negato sono le case vuote: mobilitazione contro chi delle case vuote ha scelto di fare un business

Quello che accade nel policromatico spazio di vita dei quartieri popolari milanesi ha un'origine, una storia, dei diretti responsabili che praticano la poco nobile arte del gettare fumo negli occhi per nascondere delle precise responsabilità È facile puntare il dito contro un nemico di comodo, lo è meno coprire fino in fondo quanto fatto: perfino i muri sanno che a Milano ci sono 10.000 case vuote e che quasi 25.000 famiglie aspettano in graduatoria un’assegnazione che si fa ogni giorno più lontana.

Sono numeri giganteschi, che però non fotografano interamente l’entità della situazione. Non parlano, infatti, dei decenni in cui, per stessa ammissione dei dirigenti Aler, non sono stati effettuati interventi di manutenzione negli edifici: una mancanza che, accumulandosi negli anni, genera un degrado strutturale che impedisce l’assegnazione. Non danno la misura del ping-pong delle concessioni, che, girando di mano in mano, di azienda in azienda, provocano regolarmente perdite consistenti. Non sottolineano la facilità con cui la legge tanto invocata contro gli ultimi viene utilizzata come ulteriore strumento di guadagno. Ad esempio, nel 2005, forzando le stesse normative da cui ha preso vita, Aler ha costituito la società Asset, che, in collaborazione con Infrastrutture Lombarde, si lancia in una serie di investimenti, dall’acquisto di terreni ed edifici a Pieve Emanuele e Garbagnate a faraonici progetti di ristrutturazione edile in Libia. Tra irregolarità negli appalti e fallimenti, si staglia con violenza un dato: Asset ha accumulato 145 milioni di euro di debiti. Nel frattempo, Aler, che possiede tutte le quote della società, copre i buchi, chiedendo mutui e ipotecando parte del suo patrimonio immobiliare.

Sarebbe facile pensare che tutto questo sia causato dall’incompetenza dei funzionari, o dalla corruzione di qualche mela marcia. Sarebbe facile, e sarebbe anche bello. Il problema dell’edilizia pubblica, in Lombardia come nel resto dello Stivale, è qualcosa di più profondo, legato a doppio filo ad un preciso disegno, ad un preciso modello di sviluppo: case consapevolmente lasciate vuote per mantenere stabili i costi degli affitti, investimenti che falliscono con un’impressionante regolarità, anni di abbandono e degrado che si concludono con svendite e nuove costruzioni. Una fitta rete di investimenti e mutui che innescano un domino di nuovi fondi, di nuovi progetti roboanti, di nuovi rossi in bilancio.

Un circolo che procede in una zona d’ombra della legalità, dove il confine dell’illecito non è così semplice da stabilire, dove, a ben vedere, l’illecito si incastra perfettamente nei tessuti della gestione del patrimonio pubblico. La giostra continua a girare, qui oleata da speculazioni azzardate, qui sospinta da nuove dichiarazioni contro la piaga della morosità. Venghino signori: ce n’è per tutti. E se per caso si aggiunge un posto, nessun problema: basta chiedere un mutuo, ipotecare qualche casa popolare et voilà! Tutto come prima, meglio di prima.

Ma proprio in quei quartieri esiste qualcosa oltre a ghiotte occasioni di profitto: esistono delle mancanze e dei bisogni concreti, ed esiste qualcuno che, stanco di aspettare, decide di prendere in mano la sua vita. Nel deserto che si estende tutto intorno, qualcuno sceglie di non aspettare un sorso d’acqua, ma inizia ad organizzarsi per conquistare quello che è già suo. Ed è proprio là, dove spazi di vita e di lotta iniziano a germogliare tra le macerie, che il confine dell’illecito si fa subito chiaro, nitido: tutto ciò che si incastra tra gli ingranaggi della speculazione, che fa sparire la rassegnazione e intacca la paura, va schiacciato sul nascere.

Un mese fa, sono stati arrestati nove membri del Comitato Abitanti del Giambellino con l’accusa di essere un’associazione a delinquere: tra le acrobatiche righe della denuncia si legge piuttosto un attacco a chi prova ad organizzarsi, a chi, insieme a tanti e tante altre, prova a sconfiggere l’immobilità, a chi, iniziando a risolvere un bisogno, che sia la casa, l’assenza di un doposcuola o di spazi di socialità, decide di smettere di sopravvivere, per cominciare a vivere. È successo in Giambellino, ma poteva essere Barona, Quarto Oggiaro, un qualunque quartiere milanese o di un’altra città. Una commissione d’inchiesta ha sollevato il velo che copriva gli intrighi dell’Aler, ma poteva essere una delle tante aziende che banchettano sull’edilizia pubblica.

Poteva succedere ovunque, succede ovunque, questa volta è successo qui.

È partendo dai nostri bisogni che abbiamo cominciato a lottare.

È da qui che abbiamo deciso di alzare la testa.

È qui che abbiamo deciso di non fermarci.